Pubblicato in: neo edizioni, recensioni

Recensione “La madre di Eva” – Silvia Ferreri

Titolo: La madre di Eva
Autore: Silvia Ferreri
Genere: Contemporaneo, Transgender
Casa Editrice: Neo Edizioni
Prezzo: 7,99€
Link all’acquisto: La madre di Eva

SINOSSI

Una madre parla alla figlia tra le mura di una clinica serba. Al di là di una porta stanno preparando la sala operatoria. Eva ha appena compiuto diciotto anni e da quando è nata aspetta questo momento. Vuole cambiare sesso sottoponendosi all’intervento che la renderà come si è sempre sentita: uomo. Sua madre le parla col corpo, perché è il corpo ad essere sbagliato, ingannevole, traditore, un corpo come il suo che la natura stessa vuole negare. In un dialogo senza risposte, sospeso tra l’immaginato e il reale, la madre racconta la loro vita fino a quel momento, ne ripercorre i sentieri come muovendosi in una terra straniera. La sua voce è concreta, toccante, vivida e parla di una lotta che non ha vincitori né vinti, per cui non esiste resa, in cui la forma più pura dell’amore diventa bifronte e feroce.

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Un pungo nello stomaco; una storia che ti risucchia tra le sue pagine, che ti mostra l’altra faccia della medaglia, perché a raccontare il percorso per il cambio di genere stavolta non è la persona che si sottoporrà al lungo calvario medico-burocratico, ma chi ha messo al mondo “la creatura” che non si è mai riconosciuta nel sesso di appartenenza: sua madre…
Quando si leggono notizie sul difficile percorso del cambio di genere, perché appunto ci si sente nati nel corpo sbagliato fin dalla più tenera età, mettendo in discussione anche il proprio nome, quello scelto per noi dai nostri genitori, di solito chi parla è la persona che sta compiendo questo percorso. Di libri che parlano di persone transgender ne avevo già letti in passato, ma nessuno dal punto di vista dei genitori.
Personalmente non faccio fatica a empatizzare, anzi forse tante volte sono troppo empatica; entro in contatto con il narratore della storia in poche righe, forse per quello che leggo tanti generi diversi di libri, senza troppi problemi, e anche stavolta sono entrata nel mondo di Eva e di sua madre dopo poche pagine, uscendone per l’ennesima volta distrutta…
Distrutta ma arricchita, “riassemblata” come Eva che sta lottando da sempre contro il suo corpo che non ha mai riconosciuto.
Eva ha avuto subito le idee chiare: lei voleva essere Alessandro da tutta la vita e forse ora ci riuscirà.
Facile stare dalla sua parte, fare il tifo per lei, così impegnata a farsi ascoltare da tutti, soprattutto dai suoi genitori, che credono che la sua sia solo una fase, complice l’ignoranza sull’argomento e la carenza di informazioni:

“Quello che stavamo facendo, che io soprattutto stavo facendo, era cercare di sopprimere, con delicatezza, certo, i tuoi istinti. Sopportavamo, in attesa che quella follia sparisse… Mi ero messa nella condizione di chi sopporta un martirio, confidando che terminasse nel più breve tempo possibile. Un martirio che speravo un giorno sarebbe finito e dopo il quale saremmo tornati alla nostra normalità.”

Eppure ora non c’è più tempo e Eva ha già messo in chiaro che se non otterrà quello che vuole le conseguenze saranno tragiche. Quello che ai suoi genitori può sembrare il capriccio di una bambina, per lei è un incubo che peggiora di giorno in giorno. Per quanto la mente di Eva reggerà ancora? E sua madre? Anche per lei non è facile accettare che la preziosa figlia che ha accudito con tutta se stessa, che ha protetto, amato, che ha sognato un giorno la facesse diventare nonna, madre anche lei a sua volta, decida di farsi tagliare in mille pezzi e riassemblare! Già.. riassemblare, quasi fosse un giocattolo rotto; quasi che quegli organi che la rendono donna la stiano avvelenando giorno dopo giorno. Eva non ce la fa più e nemmeno sua madre. Hanno lottato per tutta la sua giovane vita per farle cambiare idea, nella speranza che un giorno Eva guarisse, ma Eva non è malata, è solo in un corpo che non è suo. E ora il tempo è giunto:

“Il tempo non conta. Il tempo non esiste più. Si è fermato. Ricomincerà solo quando ti sveglierai e mi guarderai coi tuoi occhi nuovi di zecca. Punto zero dell’anno zero. Da lì gli orologi ricominceranno a battere. Da lì dovremo cercare un nuovo modo di guardarci, di chiamarci, di parlare.”

Nella clinica, dove la madre aspetta su una seggiolina che la sua bambina vada al macello, ci viene raccontata la loro storia, tutti i passaggi fondamentali che le hanno portate in Serbia per l’ultimo atto. Tutti sono gentili con loro, non si sa se per empatia o altro, perché non sono le prime che percorrono questa strada, ma stavolta “gli altri” sono loro:

“C’è qualcosa in noi, in me e in te, che suscita delicatezze in chi ci incontra. Come se fossimo due aliti, non persone di carne. Siamo storie da raccontare, ricordi che lasciamo impressi in chi s’incrocia con noi. Siamo troppo per chiunque. Anche i medici lo fanno.”

Nessuno ha un rapporto perfetto con i suoi genitori; c’è chi va d’accordo, chi fa finta di andarci, di solito per quieto vivere; chi scappa appena raggiunta la maggiore età, chi resta in casa anche dopo i quarant’anni! Non c’è una maniera sola di essere genitori e figli, ognuno deve trovare il suo equilibrio e ovviamente ognuno è il prodotto dei suoi di genitori. Anche la madre di Eva ha avuto i suoi problemi con i suoi genitori, ma non era preparata psicologicamente a quello che Eva sogna di essere da sempre. Diciamocela tutta: nessuno nasce preparato per un percorso del genere, quindi non biasimo le scelte, per quanto siano state sbagliate dei genitori di Eva, perché le hanno fatte per amore suo e perché non erano in grado di capire:

“Essere figlia non è un mestiere facile. Sapere di essere completamente dipendente dalle decisioni di qualcun altro è una sorta di schiavitù a cui è giusto ribellarsi. L’unica alternativa è la fuga. Io fuggii da mia madre … Ma non potevo permettermi che tu facessi lo stesso. Non avevamo il tempo. Se ti avessi lasciata andare, non saresti più tornata.”

Eva e sua madre stanno davvero iniziando a conoscersi ora, dopo mille difficoltà e prove, sua madre è diventata “il suo campione”, l’unica in grado di difenderla da tutto e tutti, anche da se stessa. Anche il padre la adora, ma non riesce a essersle di conforto come la madre, lei che si è sempre sentita in conflitto con quella figlia che si strapperebbe seni e utero con le unghie da sola, pur di non vedersi più allo specchio in un corpo non suo. Vedere che la figlia rifiuta il suo essere donna, mina la sua autostima, se ne fa una colpa, forse perché all’inizio non era preparata al suo arrivo, ancora troppo giovane e inesperta per essere madre. Eppure farebbe di tutto per quella figlia, anche farla dissezionare e rimettere insieme senza tutti i pezzi originali.
Il padre di Eva c’è sempre stato per entrambe, ma rimane in ombra, forse perché lui quella vita non l’ha portata in grembo; certo è una parte anche di lui, ha metà del suo codice genetico; ama sua figlia dal più profondo del cuore, ma è troppo fragile per capirla. Forse è vero che le donne sono il motore della famiglia, sono quelle più forti, che farebbero di tutto per i figli. La madre di Eva è il fulcro della loro esistenza, senza di lei Eva e suo padre sarebbero persi e ogni tanto sarebbe bello sentirselo dire da tutti:

“«Senza di te, noi siamo perduti». Era vero. Sono la staccionata, il muro di cinta, lo steccato dentro cui vi muovete. Sono la regola, la disciplina, sono la guida. Io che avrei voluto essere solo acqua da farsi trasportare in mare, sono la terraferma, l’albero forte con le radici grosse a cui tutti state attaccati, dentro la cui ombra vi muovete.”

Un libro davvero toccante, che tratta temi delicati e forti con un linguaggio pulito e diretto. Dietro un libro come questo c’è ricerca, c’è sofferenza, c’è una storia che è quella degli altri, ma che potrebbe essere quella di tutti, perché – perdonate il gioco di parole: noi siamo gli altri di qualcun altro…
Nessuno nasce genitore; non esiste un libretto di istruzioni che ti rende il genitore perfetto; fare il genitore è il mestiere più duro, come del resto fare il figlio. Qualcuno di noi non diventerà genitore ma è stato figlio, tutti legati l’uno all’altro in un cerchio continuo che ci aiuta a diventare persone migliori: almeno così dovrebbe essere. Arrivederci Eva… Benvenuto Alessandro…

5

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